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La conversazione parallela

23 settembre 2026

Molti pazienti parlano con un chatbot e non lo raccontano in seduta. Perché il silenzio non significa sfiducia, e come portare l'argomento nell'assessment senza trasformarlo in un interrogatorio.

La conversazione parallela

Un paziente arriva in seduta dopo avere trascorso parte della notte a parlare con un chatbot. Ha chiesto se la sua relazione sia tossica, se i sintomi assomiglino a un disturbo, se dovrebbe interrompere un farmaco, se ciò che prova sia normale. Può avere ricevuto parole rassicuranti, una spiegazione ordinata o un'indicazione sbagliata. Il terapeuta, però, potrebbe non saperne nulla.

L'intelligenza artificiale sta diventando un terzo interlocutore della cura. Non è presente fisicamente nella stanza, non partecipa formalmente al contratto terapeutico e non è tenuta a rispondere delle proprie indicazioni. Eppure può influenzare il modo in cui una persona interpreta i sintomi, formula la propria storia e decide che cosa raccontare al professionista.

Un uso significativo che non coincide con la psicoterapia

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