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Dal manuale alla stanza

Il pronome con cui apriamo la stanza

di Aurora Elena Bobocea — psicologa e psicoterapeuta

23 settembre 2026

Darsi del tu o del Lei sembra una convenzione da sbrigare nei primi minuti. È invece la prima cosa che stabilisce a che distanza staremo, e come ogni elemento della relazione può essere ridiscussa.

Il pronome con cui apriamo la stanza

Nei primi minuti della prima seduta si decide una cosa, quasi sempre senza deciderla.

Uno dei due sceglie un pronome, l'altro si adegua. Da lì in avanti quella forma resta, e di solito non viene più nominata.

È la convenzione più piccola del setting, e una delle poche che agisce a ogni singola frase.

Che cosa fa il tu e che cosa fa il Lei

Il tu può accorciare. Rende la conversazione più simile a quelle che la persona fa fuori, abbassa la soglia, toglie una formalità che per qualcuno è un ostacolo vero.

Il Lei tiene una distanza. Ricorda che quella stanza non è un salotto, che chi ascolta ha un ruolo e che quel ruolo comporta dei confini. Per certe persone la distanza non è freddezza: è la condizione che rende dicibile quello che non direbbero a un amico.

Nessuna delle due forme è più terapeutica dell'altra. Sono due spazi relazionali diversi, e la domanda utile non è quale sia giusto, ma quale stiamo costruendo — e per chi.

Il «per chi» conta più di quanto sembri. Capita di scegliere il tu perché mette a proprio agio il terapeuta, e di chiamarla accoglienza; e capita di tenere il Lei per non farsi coinvolgere, e di chiamarlo rigore.

Un elemento della relazione, quindi negoziabile

Safran e Muran descrivono l'alleanza come qualcosa che si negozia continuamente fra due persone, non come una cornice fissata all'inizio e poi valida per sempre.

Bordin, prima di loro, l'aveva scomposta in obiettivi, compiti e legame: e il pronome tocca il legame, cioè la parte che di solito non si mette per iscritto.

Se l'alleanza è negoziabile, lo è anche la forma con cui ci si rivolge la parola. Il che significa che si può portare in seduta: «Ci diamo del Lei da sei mesi. Le viene comodo?»

Domande così sembrano fuori tema. Sono invece uno dei pochi modi per rendere osservabile una distanza che altrimenti si subisce.

Spesso la risposta non è quella attesa. Qualcuno dice che il Lei lo tranquillizza, qualcun altro che lo aspettava da mesi ma non voleva sembrare informale. In entrambi i casi si è appena parlato della relazione usando una cosa concreta.

Quando il pronome segnala qualcosa

Ci sono momenti in cui la forma si muove da sola, ed è utile accorgersene.

Un paziente che ha sempre dato del Lei e che, raccontando qualcosa di doloroso, scivola nel tu. Oppure il contrario: un tu consolidato che dopo una seduta difficile torna al Lei, e resta lì per qualche settimana.

Eubanks, Muran e Safran hanno lavorato a lungo sul riconoscere e riparare ciò che produce distanza nella relazione. Uno scivolamento di pronome è uno dei segnali più economici che abbiamo: non richiede interpretazione, richiede solo di essere notato.

Non va commentato subito, e quasi mai va corretto. Va tenuto: dice che qualcosa, in quel momento, si è avvicinato o si è ritirato.

La scelta si fa due volte

All'inizio la forma si sceglie con poche informazioni: l'età, il modo in cui la persona ha scritto o telefonato, cosa sembra metterla a suo agio.

È una scelta ragionevole, ed è provvisoria. La seconda scelta avviene mesi dopo, quando si sa molto di più — e quasi nessuno la fa, perché la prima nel frattempo è diventata un'abitudine.

Vale la pena rifarla almeno una volta, a voce alta. Non per cambiare il pronome, ma per sapere quale spazio si sta tenendo aperto.

Aurora Elena Bobocea è psicologa e psicoterapeuta a orientamento cognitivo-comportamentale. Si occupa di clinica dell’adulto, dipendenze patologiche e processi di regolazione emotiva, con particolare interesse per l’integrazione tra psicoterapia, formazione e strumenti digitali per la salute mentale. In Metamorfia cura contenuti clinici ed editoriali dedicati alla trasformazione, alla consapevolezza e alla pratica terapeutica.