← Crisalismi
Dal manuale alla stanza

L'urgenza di rispondere è già un'informazione

di Aurora Elena Bobocea — psicologa e psicoterapeuta

2 ottobre 2026

Nella DBT la mindfulness non è un modo per calmarsi: è la competenza su cui poggiano tutte le altre. In seduta riguarda anche chi ascolta, e la fretta che sente di dire qualcosa.

L'urgenza di rispondere è già un'informazione

Il paziente si ferma a metà di una frase. Il silenzio dura tre secondi, poi quattro.

In quei pochi secondi, dentro di me, succedono parecchie cose: preparo una domanda, cerco una parola che rassicuri, valuto se riformulare quello che ha detto. Quasi sempre una di queste arriva in bocca prima che io abbia deciso di dirla.

C'è stato un tempo in cui pensavo che fosse questo, essere presenti: avere la risposta pronta.

Più di una tecnica per calmarsi

Fuori dalla clinica, mindfulness è diventata una parola da app: respirare, rallentare, stare meglio. Anche in seduta capita di proporla così, come un esercizio per abbassare l'ansia.

Marsha Linehan la colloca in un posto molto diverso. Nel manuale di skills training della DBT è la competenza centrale, il fondamento su cui poggiano tutti gli altri moduli. Regolare un'emozione, tollerare una crisi, chiedere qualcosa a un'altra persona: niente di questo riesce se prima non si riesce a vedere che cosa sta accadendo.

Le abilità che propone sono tre, e sono sorprendentemente concrete. Osservare: accorgersi di ciò che c'è, prima ancora di dargli un nome. Descrivere: metterlo in parole, tenendo separati i fatti dalle interpretazioni. Partecipare: entrare in ciò che si sta facendo, invece di guardarsi mentre lo si fa.

E poi tre modi di esercitarle: senza giudicare, una cosa alla volta, in modo efficace.

Anche chi ascolta è nella stanza

Di solito pensiamo a queste abilità come a qualcosa da insegnare. Valgono però, alla lettera, anche per chi conduce la seduta.

Ed è la stessa Linehan a prevederlo: nella DBT anche i terapeuti praticano mindfulness, nei loro team di consultazione. Osservare il paziente significa accorgersi che il tono si è abbassato, che una frase è rimasta a metà, che lo sguardo è andato altrove. Osservare me stessa significa accorgermi di un'altra cosa: della spinta a intervenire.

Quella spinta ha una forma riconoscibile. Spiegare, per uscire dall'incertezza. Rassicurare, perché il dolore dell'altro pesa anche a me. Riempire il silenzio, perché un silenzio lungo sembra un fallimento della conversazione.

Nessuna di queste risposte è sbagliata in sé. Il problema comincia quando partono da sole.

Qui il «senza giudicare» diventa utile anche per sé. Accorgersi della fretta di rassicurare non dice che si è un cattivo terapeuta, e non chiede di sopprimerla. Chiede soltanto di vederla, come si vede un cambiamento nel tono dell'altro: un dato fra gli altri, che si può guardare prima di seguirlo.

Un passaggio alla volta

Quello che la DBT chiede, in fondo, è di distinguere passaggi che di solito arrivano fusi: ciò che accade, ciò che provo, l'impulso che ne nasce, la risposta che scelgo.

Distinguerli non vuol dire diventare esitanti: a volte bastano pochi secondi. Vuol dire che la risposta, quando arriva, è stata scelta.

E l'impulso, una volta osservato, diventa materiale clinico. Se sento la fretta di rassicurare, forse il paziente sta mostrando qualcosa che chiede rassicurazione. O forse no, e la fretta è soltanto mia. In tutti e due i casi, saperlo cambia ciò che dirò.

Da portare nella stanza

La prossima volta che arriva l'urgenza di intervenire, vale la pena fermarsi qualche secondo e rispondere, solo dentro di sé, a quattro domande.

Che cosa sto osservando? Che cosa sto provando? Quale impulso è comparso? Quale risposta sarebbe davvero efficace adesso?

Non serve rispondere bene. Serve accorgersi che le domande sono quattro, e non una sola.

Essere presenti, forse, non significa sapere subito che cosa fare. Significa esserci mentre si decide. Per molto tempo ho pensato che fosse questo, essere presenti: avere la risposta pronta.

Aurora Elena Bobocea è psicologa e psicoterapeuta a orientamento cognitivo-comportamentale. Si occupa di clinica dell’adulto, dipendenze patologiche e processi di regolazione emotiva, con particolare interesse per l’integrazione tra psicoterapia, formazione e strumenti digitali per la salute mentale. In Metamorfia cura contenuti clinici ed editoriali dedicati alla trasformazione, alla consapevolezza e alla pratica terapeutica.