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Dal manuale alla stanza

La conversazione che si guarda mentre accade

di Aurora Elena Bobocea — psicologa e psicoterapeuta

2 ottobre 2026

A volte la difficoltà non sta in ciò che il paziente racconta, ma nel modo in cui la seduta sta andando. Metacomunicare è fermarsi a guardarlo insieme, senza sapere già che cosa significa.

La conversazione che si guarda mentre accade

Quasi tutto quello che si dice in seduta riguarda un altrove.

Il lavoro, la famiglia, una relazione finita, una notte in cui non si è dormito. La stanza è il luogo dove quelle cose vengono portate e guardate, e di solito resta sullo sfondo.

Ci sono momenti, però, in cui la cosa più importante sta succedendo proprio lì, fra le due sedie.

Il contenuto e il modo

Le risposte si accorciano. Un argomento viene aperto e chiuso nella stessa frase. Si parla molto, con precisione, e ogni volta ci si ferma un passo prima del punto che conta.

Nessuna di queste cose è un contenuto. È il modo in cui la conversazione sta procedendo, ed è facile non vederlo proprio perché si è occupati a seguire ciò che viene detto.

Jeremy Safran e Christopher Muran li considerano i segnali di una rottura dell'alleanza: non uno scontro aperto, ma un ritiro silenzioso. E chiamano metacomunicazione il gesto di sospendere per un momento il contenuto e portare l'attenzione su questo: su ciò che sta accadendo, adesso, fra le due persone nella stanza.

La metacomunicazione permette di esplorare insieme questi momenti: ci si ferma su come sta andando la seduta e su ciò che ciascuno sta vivendo nella relazione.

Richiede però attenzione. Anche quando pensiamo di aprire un confronto, possiamo dare per scontato di aver già capito che cosa sta succedendo.

Partire da ciò che osserviamo

Possiamo accorgerci che una persona risponde più brevemente o cambia argomento quando tocchiamo un certo tema. Questo ci offre un punto da esplorare, ma il motivo va compreso insieme.

«Lei cambia argomento perché questa cosa la spaventa.» Può anche essere vero. Ma è una spiegazione già pronta, consegnata dall'alto, e lascia al paziente due sole possibilità: accettarla o difendersi.

C'è un'altra postura possibile. Parlare in modo provvisorio, non conclusivo. Partire da un'osservazione concreta e recente, non da un tratto generale. Restare su ciò che succede qui, non su ciò che succede sempre. E riconoscere, quando c'è, la propria parte: anche il terapeuta contribuisce al modo in cui la conversazione si è incagliata.

A volte il punto di partenza più semplice è proprio ciò che il terapeuta sente, detto in prima persona e collegato a quello che sta accadendo: «Ho l'impressione di insistere, e che lei si allontani un po' di più ogni volta».

Il punto non è ammorbidire l'interpretazione. È rinunciarvi, almeno per un momento, e trasformarla in una domanda che si fa in due.

Quello che succede dopo

La risposta del paziente, a quel punto, conta più della domanda.

A volte si apre qualcosa: «Sì, è vero, non riesco a restarci». È il momento in cui viene voglia di capire subito perché, di risalire alla storia, di trovare l'origine. Conviene invece restare ancora un po' dove si è: che cosa succede adesso, mentre ci si avvicina a quell'argomento, che cosa si sente, che cosa spinge ad allontanarsi.

A volte arriva una negazione, o una battuta, o un nuovo cambio di argomento.

Anche quella è una risposta, e non va forzata. Insistere vorrebbe dire tornare a decidere noi che cosa significa: esattamente la posizione da cui si voleva uscire. Si può piuttosto riconoscere la propria parte: «Forse sono io che sto spingendo troppo su questo punto».

Da portare nella stanza

Quando una conversazione sembra bloccarsi, vale la pena sospendere il contenuto e formulare un'osservazione aperta. Per esempio: «Mi accorgo che ogni volta che arriviamo su questo argomento passiamo rapidamente a qualcos'altro. Se ne accorge anche lei? Che cosa succede, secondo lei, quando ci avviciniamo?

Poi fermarsi, e lasciare che sia la risposta a decidere il passo successivo.

Non sempre porta lontano. Ma anche quando non porta da nessuna parte, ha cambiato qualcosa: per un momento non si è più parlato di un altrove, si è parlato di noi due.

Aurora Elena Bobocea è psicologa e psicoterapeuta a orientamento cognitivo-comportamentale. Si occupa di clinica dell’adulto, dipendenze patologiche e processi di regolazione emotiva, con particolare interesse per l’integrazione tra psicoterapia, formazione e strumenti digitali per la salute mentale. In Metamorfia cura contenuti clinici ed editoriali dedicati alla trasformazione, alla consapevolezza e alla pratica terapeutica.

La conversazione che si guarda mentre accade — Metamorfia