Non tutto il dolore chiede la stessa cosa
di Aurora Elena Bobocea — psicologa e psicoterapeuta
2 ottobre 2026
Ci sono dolori che avvertono, dolori che accompagnano un passaggio, dolori che crescono proprio perché li combattiamo. Prima di chiedersi come farli sparire, conviene chiedersi quale dei tre abbiamo davanti.

Chi sceglierebbe di soffrire? Nessuno, verrebbe da rispondere, e la domanda sembra chiusa lì.
Eppure la risposta automatica, «la sofferenza va evitata», in seduta si rivela meno ovvia di quanto sembri. A volte è giusta. A volte è proprio il problema.
Dipende da quale dolore si ha davanti. E i dolori, a guardarli da vicino, non chiedono tutti la stessa cosa.
Quando il dolore avverte
C'è un dolore che funziona come un allarme. Segnala che qualcosa, adesso, ci sta ferendo: una relazione che umilia, un lavoro che consuma, una situazione in cui si continua a cedere qualcosa di sé.
Questo dolore va ascoltato, e spesso va evitato davvero. Non nel senso di non sentirlo, ma nel senso di allontanarsi da ciò che lo provoca.
In seduta si presenta spesso come una richiesta precisa: aiutami a stare meno male. Detta, però, da chi intende restare esattamente dove si trova. Il rischio, per chi ascolta, è prenderla alla lettera e aiutare la persona ad adattarsi meglio a ciò che la sta ferendo.
Non spetta a chi ascolta decidere se andarsene. Ma nemmeno rendere più sopportabile qualcosa che la persona non ha ancora potuto guardare.
È un punto che conviene tenere presente proprio quando si lavora sull'accettazione. Imparare a stare con il disagio è prezioso, ma non tutto il disagio va tollerato. Abituarsi a un allarme che suona da anni non è una competenza: è un modo di non sentire più il pericolo.
Il dolore che accompagna
C'è poi un dolore che non segnala un errore. Accompagna una perdita, una scelta, un cambiamento. Una separazione decisa, un figlio che se ne va, una versione di sé a cui si rinuncia per diventare qualcos'altro. Qui, in un certo senso, il dolore lo si sceglie: non per sé, ma perché viene insieme a ciò che si è scelto.
Questo dolore non si può saltare, perché fa parte del passaggio stesso. Chi prova ad attraversare un lutto senza sentirlo, di solito, non lo attraversa: lo rimanda.
Qui la richiesta non è proteggersi né cambiare qualcosa. È concedersi il tempo. Ed è forse la richiesta più difficile da accogliere, in un'epoca in cui stare male a lungo sembra già un sintomo.
Il dolore che si aggiunge
E poi c'è il dolore che si aggiunge. Non viene dall'evento, viene dalla lotta contro il dolore stesso.
«Non dovrei stare ancora così.» «Gli altri ci sono passati e stanno bene.» «Non deve vedersi.» Ognuna di queste frasi aggiunge qualcosa: il giudizio, il confronto, lo sforzo di nascondere. E ciascuna pesa, spesso, quanto la ferita da cui è partita.
Questo è l'unico dei tre che si riduce davvero quando si smette di combattere, perché è fatto, in gran parte, della lotta stessa.
Smettere di combattere non vuol dire arrendersi. Vuol dire lasciar cadere il giudizio sul proprio dolore, concedergli di durare quanto dura, e a volte permettere che qualcuno lo veda. Quello che resta, dopo, è ancora dolore: ma è soltanto il suo.
Che cosa ci sta chiedendo
Nella stanza i tre dolori arrivano quasi sempre mescolati. Una persona può soffrire per una relazione che la ferisce, per la perdita di ciò che quella relazione era stata, e per la vergogna di non essersene andata prima.
Il lavoro, allora, comincia da una distinzione. Non «come lo facciamo passare?», ma «che cosa sta chiedendo, questa parte del dolore?».
Molti errori nascono da qui: tollerare un dolore che avverte, voler risolvere un dolore che chiede tempo, aggiungere lotta a un dolore che chiederebbe soltanto di essere lasciato stare.
La sofferenza non va sempre evitata. Va sempre ascoltata, però: almeno abbastanza da capire che cosa vuole da noi.
Aurora Elena Bobocea è psicologa e psicoterapeuta a orientamento cognitivo-comportamentale. Si occupa di clinica dell’adulto, dipendenze patologiche e processi di regolazione emotiva, con particolare interesse per l’integrazione tra psicoterapia, formazione e strumenti digitali per la salute mentale. In Metamorfia cura contenuti clinici ed editoriali dedicati alla trasformazione, alla consapevolezza e alla pratica terapeutica.