Quando la sostanza smette di servire al piacere
di Aurora Elena Bobocea — psicologa e psicoterapeuta
23 settembre 2026
Si dice che si usino sostanze per stare bene. Vale all'inizio. Poi, in certi percorsi, il motivo cambia del tutto: non si cerca più un guadagno, si copre una mancanza. Distinguere le due cose cambia il trattamento.

Cosa succede se stasera non lo fa?
Lo chiedo presto, a chi mi parla del proprio consumo. Chiedo anche quanto e da quanto tempo, naturalmente. Ma mi interessa fermarmi sulla serata in cui salta.
A volte la risposta è: «Sarà una serata un po’ più piatta». Altre volte la persona descrive qualcosa che sale e che sente di dover gestire. È una differenza che vale la pena esplorare.
Tre movimenti diversi che chiamiamo con una parola sola
Nell’uso può esserci un guadagno: sperimentare, provare piacere, stare in un gruppo, sciogliersi un po’ in una situazione che intimidisce.
Nell’uso problematico — quello che spesso chiamiamo abuso — iniziano a comparire conseguenze, limiti difficili da mantenere, occasioni in cui si consuma anche se si era deciso diversamente. Non significa necessariamente consumare quantità sempre maggiori. Conta anche ciò che accade nella vita della persona.
Nella dipendenza il consumo può occupare sempre più spazio, diventare difficile da controllare e continuare nonostante le conseguenze. A volte il piacere si riduce, mentre cresce il bisogno di non sentire quello che arriva quando la sostanza manca: astinenza, certo, ma anche ansia, vuoto o un malessere difficile da nominare.
È un possibile passaggio dal guadagnare al coprire. Ed è una delle ragioni per cui, a un certo punto, alcune persone dicono con sincerità: «Non mi piace più».
Il rinforzo cambia di segno
Questo passaggio ha una descrizione precisa in letteratura.
Koob e Volkow, nella loro analisi dei circuiti della dipendenza, lo raccontano come uno spostamento dal rinforzo positivo — la ricerca del piacere — al rinforzo negativo, in cui la sostanza serve soprattutto ad attenuare l'astinenza e gli stati emotivi spiacevoli.
Khantzian, con l'ipotesi dell'automedicazione, guarda lo stesso fenomeno dal lato del significato: alcuni consumi sono tentativi di modulare sofferenza ed emozioni che la persona non riesce a regolare altrimenti.
Le due letture non si escludono. Una descrive come cambia il meccanismo, l'altra a che cosa serviva.
Tenerle insieme evita due errori simmetrici: spiegare tutto con la neurobiologia, come se la storia della persona non contasse, oppure spiegare tutto con la storia, come se il corpo nel frattempo non si fosse riorganizzato.
Perché la distinzione cambia quello che si fa
Se il consumo è ancora un guadagno, ha senso lavorare sui costi: cosa sta costando, cosa si rischia, cosa si sta barattando.
Se il consumo è diventato una copertura, quel discorso non ha presa. Chiedere a qualcuno di rinunciare a ciò che gli rende sopportabile la sera significa chiedergli di restare scoperto — e nessuno lo fa perché glielo si è spiegato bene.
Lì la domanda diventa un'altra: che cosa sta coprendo, e con che altro si può coprire nel frattempo. Prima si costruisce qualcosa che regga, poi si toglie.
È anche il punto in cui certe ricadute smettono di sembrare incomprensibili. Se la funzione era coprire, e la copertura viene tolta senza sostituirla, la ricaduta non è un cedimento della volontà: è il sistema che torna all'unica soluzione che conosce.
Non è una scala morale
Queste tre parole vengono usate spesso come gradini di gravità, e in parte lo sono.
Ma il loro valore clinico non è misurare quanto una persona sta male. È capire a che cosa sta servendo, oggi, quella sostanza — perché è quello che determina da dove si comincia.
Chiedere cosa succede la sera in cui salta non serve a quantificare un problema. Serve a sapere se si sta parlando di qualcosa che dà, o di qualcosa che tappa.
Aurora Elena Bobocea è psicologa e psicoterapeuta a orientamento cognitivo-comportamentale. Si occupa di clinica dell’adulto, dipendenze patologiche e processi di regolazione emotiva, con particolare interesse per l’integrazione tra psicoterapia, formazione e strumenti digitali per la salute mentale. In Metamorfia cura contenuti clinici ed editoriali dedicati alla trasformazione, alla consapevolezza e alla pratica terapeutica.