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Dal manuale alla stanza

Quando parlo di me la stanza cambia centro

di Aurora Elena Bobocea — psicologa e psicoterapeuta

14 settembre 2026

Dire qualcosa di sé può avvicinare, oppure spostare il peso della seduta dalla parte sbagliata. Dall'interno la differenza non si vede quasi mai, e non dipende da quanto sono stata sincera.

Quando parlo di me la stanza cambia centro

L'ho detto, una volta. Poche parole, su qualcosa che avevo attraversato anch'io.

Mi è sembrato che aiutasse. Le spalle si sono abbassate, il tono è cambiato, il racconto è ripartito da un punto più in basso. Sono uscita da quella seduta convinta di aver fatto la cosa giusta.

L'ho rifatto mesi dopo, con qualcun altro. Poche parole simili, intenzione identica. E per il resto dell'ora è stata lei a occuparsi di me.

Stesso strumento, due esiti opposti. È da lì che ho cominciato a chiedermi che cosa stessi maneggiando davvero.

Perché a volte funziona

Quando funziona, non è la confidenza in sé a produrre l'effetto.

È che, per un momento, la stanza sembra meno sbilanciata. I ruoli restano diversi, ma la persona può sentirsi meno sola nell’esporsi. E quella fatica, a volte, si alleggerisce.

C'è un secondo effetto, più semplice e più sottovalutato. Sentire una cosa detta ad alta voce insegna che quella cosa si può dire. A volte una persona non ha bisogno di un permesso. Ha bisogno di un esempio di come si formula.

Il centro si sposta di pochi centimetri

Quando invece non funziona, quasi mai è un disastro visibile.

Nessuno si alza e se ne va. Accade qualcosa di molto più discreto: la persona comincia a stare attenta a me. Pesa le parole per non urtarmi, si informa, mi chiede come sto. E lo fa con affetto sincero.

Da fuori può sembrare un segno di alleanza. In quella seduta, però, la sua premura ha portato me al centro. Il confine fra chi si occupa di chi si è spostato di pochi centimetri, e nessuno dei due lo ha visto muoversi.

Il tempo che passa a occuparsi di me è tempo che non passa a occuparsi di sé. La seduta non si rompe. Si restringe.

La differenza non sta solo nelle parole

Contano la persona che ho davanti, il momento in cui parlo, il motivo per cui scelgo di farlo e ciò che accade subito dopo. Per qualcuno sapere che anche io ho attraversato qualcosa di simile può essere un sollievo. Per chi è già in allerta e passa la giornata a sorvegliare l’umore degli altri, le stesse parole possono diventare un umore in più da sorvegliare.

Per questo la domanda utile non è soltanto «posso dirlo?». È «a chi serve, in questo momento?».

Resta una zona d'ombra, ed è lì che si lavora

Vorrei poter dire che con l'esperienza quella domanda si chiude. Non si chiude.

Rispondere onestamente richiede di accorgermi, mentre parlo, se lo sto facendo per lei o perché in quel momento mi costava tacere. E questo dall'interno non si vede bene, mai del tutto.

È anche il motivo per cui la self-disclosure resta uno strumento clinico e non un tratto del carattere. Uno strumento si può sbagliare. Se me ne accorgo, anche dopo, posso tornare su quel momento e chiederle che effetto le hanno fatto le mie parole. Non per giustificare la mia scelta, ma per capire insieme che cosa è successo tra noi.

Il rischio non è dire troppo di me. È dirlo senza essermi accorta di chi, in quel momento, aveva bisogno di essere ascoltato.

Aurora Elena Bobocea è psicologa e psicoterapeuta a orientamento cognitivo-comportamentale. Si occupa di clinica dell’adulto, dipendenze patologiche e processi di regolazione emotiva, con particolare interesse per l’integrazione tra psicoterapia, formazione e strumenti digitali per la salute mentale. In Metamorfia cura contenuti clinici ed editoriali dedicati alla trasformazione, alla consapevolezza e alla pratica terapeutica.

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