Una terapia non si misura solo da ciò che toglie
di Aurora Elena Bobocea — psicologa e psicoterapeuta
2 ottobre 2026
Non avere più ansia, non sentirsi fragili, non avere più certi pensieri. Sono richieste comprensibili, e da sole non bastano: nell'ACT la domanda decisiva è per che cosa valga la pena attraversare una difficoltà.

Alla prima seduta quasi tutti portano una lista.
Non voglio più avere ansia. Non voglio sentirmi così fragile. Non voglio più fare questi pensieri. È una lista sincera, spesso scritta dopo mesi di fatica, e merita di essere presa sul serio.
Ha però una caratteristica che si nota solo dopo un po': è fatta interamente di sottrazioni.
Non è un caso. Quando si soffre da tempo, la sofferenza occupa tutto il campo visivo, e chiedere che cosa si vorrebbe al suo posto può suonare offensivo. Prima bisogna che smetta di fare male: il resto, se mai, verrà dopo.
Un elenco di cose da togliere
Una terapia costruita su quella lista ha un obiettivo chiaro: ridurre. Meno attacchi, meno notti insonni, meno pensieri intrusivi.
Funziona, fino a un certo punto. Poi capita una cosa curiosa: i sintomi calano, e la vita non si allarga. La persona ha meno ansia, ma continua a evitare gli stessi posti, a rimandare le stesse telefonate, a stare dentro lo stesso perimetro.
Il fatto è che togliere non dice niente su che cosa mettere al posto di ciò che si è tolto.
Un obiettivo da morti
C'è una prova volutamente brusca, nata in ambito comportamentale e ripresa da Russ Harris: se un obiettivo lo raggiungerebbe meglio un morto che un vivo, non è un obiettivo da vivi.
Non provare ansia, non sentirsi tristi, non avere certi pensieri: un morto ci riesce perfettamente. Nessuno di questi traguardi descrive qualcosa che una persona fa, solo qualcosa che smette di accadere.
La prova serve a spostare la domanda. Non «che cosa vuoi smettere di sentire?», ma «che cosa faresti, e come, se quel sentire occupasse meno spazio?».
Un modo di fare, non un traguardo.
Qui l'ACT(Acceptance and Commitment Therapy, uno degli sviluppi più recenti della terapia cognitivo-comportamentale) introduce i valori. Hayes, Strosahl e Wilson, che l'hanno ideata, li presentano come scelte che orientano l'azione. E non sono obiettivi da completare: un obiettivo si raggiunge e si spunta, un valore no. Non si finisce mai di essere un genitore presente o un amico affidabile.
Harris insiste nel tenere distinti valori, obiettivi e azioni. Un valore non dice che cosa ottenere, ma il modo in cui si vuole stare nelle cose: con cura, con curiosità, con coraggio, con onestà.
Questa differenza cambia il lavoro. Un valore si può praticare oggi, anche con l'ansia ancora presente. Non chiede di aspettare di stare meglio.
Ed è il valore a dare un senso alla fatica. Affrontare la paura in sé non motiva quasi nessuno. Affrontarla per tornare a fare una cosa che conta è un'altra faccenda.
Un esercizio da portare nella stanza
Si può prendere un obiettivo formulato in negativo, «Non voglio più sentirmi in ansia», e provare a esplorarlo con tre domande.
Se l'ansia occupasse meno spazio, che cosa vorresti tornare a fare? Che tipo di persona vorresti essere in quella situazione? Quale piccola azione potresti compiere già questa settimana, in quel senso?
Alla prima domanda capita che la risposta sia «non lo so». Non è un vicolo cieco. Si può chiedere che cosa la persona faceva prima, o che cosa ammira in qualcuno che conosce: i valori si riconoscono più facilmente negli altri, e da lì si risale a sé.
L'obiettivo non è più eliminare l'ansia. Diventa partecipare a ciò che conta anche quando una parte di essa è ancora lì.
Non si tratta di rinunciare a stare meglio. Si tratta di non aspettare di stare meglio per cominciare a vivere come si vorrebbe.
Aurora Elena Bobocea è psicologa e psicoterapeuta a orientamento cognitivo-comportamentale. Si occupa di clinica dell’adulto, dipendenze patologiche e processi di regolazione emotiva, con particolare interesse per l’integrazione tra psicoterapia, formazione e strumenti digitali per la salute mentale. In Metamorfia cura contenuti clinici ed editoriali dedicati alla trasformazione, alla consapevolezza e alla pratica terapeutica.